Elsa (Margherita Buy) e Michele (Antonio Albanese)sono una coppia colta e benestante con una figlia ventenne, Alice. Una famiglia normale ma che ben presto si ritrova sull’orlo della crisi: Elsa lascia il lavoro per laurearsi, Michele viene estromesso dalla società da lui stesso creata. Dopo lo shock iniziale Elsa deciderà di affrontare la situazione salvando la famiglia e l’amore che li tiene insieme

Il tema del precariato, affrontato dal punto di vista di una famiglia che di colpo si vede costretta a rinunciare al benessere a cui era abituata per cercare di sbarcare il lunario. Una tematica apparentemente alla Ken Loach, ma sviluppata in modo completamente diverso, senza la volontà di incitare lo spettatore, ma semplicemente narrando come un romanzo la fine di un tipo di vita e l’inizio di una nuova.

Soldini affonta una sceneggiatura insidiosa, dimostrando (quasi) sempre di padroneggiarla senza cadute di tono. E non è cosa facile: se si pensa, infatti, come altri registi abitualmente affrontano temi analoghi, c’è da ergere un monumento a questo film.

La pellicola è quasi del tutto esente da forzature ideologiche stile Michael Moore; anzi il film non ha nulla di ideologico ed è forse questo il motivo principale che rende apprezzabile la sceneggiatura. Doppiamente apprezzabile, se si pensa che in fin dei conti la critica cinematografica, di fronte a tematiche del genere è pronta a passare a piè pari sopra ad ogni eccesso. Basti pensare alle grida di giubilo, con cui vengono accolti i documentari di Michael Moore, la cui attendibilità scientifica in alcune parti è pari allo zero.

Tornando al film di Soldini, non resta che ribadire quanto esso sia riuscito da tutti i punti di vista: oltre a evitare eccessi e forzature, la sceneggiatura ha il merito di non scivolare mai nel patetismo. Da questo punto di vista, il film è amaro, ma mai straziante,

L’ottima recitazione della Buy (finalmente non sopra le righe) e di Albanese, che sapientemente rifuggono da interpretazioni melodrammatiche, fa il resto.

Non è un momento eccezionale in generale per il cinema: questo forse spiega la sopravvalutazione di film come “La Giusta Distanza”: rispetto a quest’ultimo, “Giorni e nuvole” è davvero su un altro pianeta.

Voto 3 e mezzo su cinque.

 

 

Quando nel paesino di Concadalbero, alle foci del Po, arriva la nuova maestra elementare, la bella e cittadina Mara, la nebbia sembra diradarsi e gli occhi degli uomini tornano a guardare. È così per Giovanni, diciottenne al primo incarico di inviato per “Il Resto del Carlino” e per Hassan, meccanico tunisino stimato e rispettato, in una parola “integrato”. Sotto lo sguardo curioso del più giovane, nasce la storia d’amore tra i due adulti, dapprima sotto il segno dell’inquietudine (Hassan spia la ragazza al buio della sera), poi della passione, infine della tragedia. Solo trasgredendo alla regola della “giusta distanza” raccomandatagli dal direttore del giornale, che lo vorrebbe né indifferente né troppo coinvolto, Giovanni riuscirà a riportare la giustizia nel paese (l’Italia) dei giudizi scontati.

Il film è nettamente diviso in due parti: i primi 80 minuti (i più riusciti o  forse gli unici riusciti) sono un interessante affresco di un paese immaginario del nord est, caratterizzato da piccole invidie, tensioni latenti, esibizione di ricchezza, vuotezza esistenziale, ma anche di voglia di fare festa e di tenersi compagnia.

 In questo senso l’arrivo di Mara nel paese e il successivo fatto di sangue fanno da sfondo alle reali intenzioni del regista che sono unicamente quelle di ritrarre con realismo e senza indulgenza la vita di una paesino del nord est. Chi pensa di assistere ad un noir stile “La ragazza del lago” rimarrà sicuramente deluso, perché altre sono evidentemente le ambizioni di Mazzacurati.

Da questo punto di vista l’intento del regista può dirsi riuscito: i temi sono spesso sfiorati piuttosto che approfonditi, ma è innegabile che alla fine della prima parte del film lo spettatore ha un’idea precisa della realtà sociale descritta.

A ciò contrbuiscono alcune scene all’attivo (ad es. la festa paesana al ritmo di musica da discoteca) e alcune comprimari particolarmente ben interpretati e costruiti . Su tutti i comprimari, degno di nota, anche per la riuscitissima interpretazione, è l’arricchito del paese, una sorta di pappone locale  che alla fine suscita più ilarità che sdegno.

A tratti sembra di assistere al Vento fa il suo giro (di ben altro spessore), per la minuziosa descrizione delle piccole cattiverie e miserie quotidiane degli abitanti,  per lo spiazzante fatto di sangue finale descritto molto bene con il provenire nel bosco di tutti gli abitanti incurisoiti e nella descrizione dell’immancabile scemotto del villaggio.

Il punto debole del film è rappresentato dagli ultimi 20 minuti, nei quali il giovane giornalista Giovanni riporta la giustizia nel paese, scoprendo l’identità del vero assassino.

Già il fatto di concentrare una complessa indagine in venti minuti di film è un evidente scivolone, perché la ricostruzione inequivocabilmente suona come affrettata e un pò semplicistica.

Ma il vero limite del finale e forse dell’intero film è che Mazzacurati si lascia prendere eccessivamente la mano, risultando forzato se non eccessivo.

L’elevazione dell’arabo Hassan a capro espiatorio, con anche il giudice che omette di valutare prove evidenti della usa innocenza, è a dir poco eccessiva (non viviamo mica nel Sud Africa dell’aparteid!).

Il film nel complesso non è brutto, un pò sopravvalutato dalla critica per evidenti ragioni politiche: soprattutto nel finale è infatti un bel concentrato di politically correct, che è in fin dei conti il vero segreto del successo di molti film.

Voto 3 su cinque.

Diego (Nicola Vaporidis) è un ragazzo che vive di espedienti, truffa il prossimo e ama appassionatamente la sua Asia. Bloccato nel traffico cittadino, decide di farsi largo frantumando gli specchietti delle auto in coda ma qualcuno tra gli automobilisti non sembra gradire lo scherzo ed è deciso a fargliela pagare cara. È Franco Zorzi (Giorgio Faletti) detto il primario, feroce boss della malavita romana che controlla quasi tutti i traffici illeciti della Capitale. La bravata di una mattina costerà a Diego più di quanto potesse immaginare.

Il regista Nicola Martani al suo esordio cinematografico saccheggia a man bassa i polizieschi italiani anni ‘70 (su tutti “Milano odia…” e “La mala ordina”), strizza l’occhio a Tarantino (evidente soprattutto nella scena della tortura al bravissmo Ninetto Davoli), si pone obiettivi (per adesso) irraggiungibili (Scarface). Nel complesso ne esce un film cinefilo non da buttare, dalla trama appassionante e ben congegnata, con alcune trovate registiche nienete male (su tutte le inquadrature dall’alto della città).

Peccato Vaporidis, che pregiudica evidentemente il film. Dopo le prime scene caratterizzate da una recitazione imbarazzante stile ragazzo della 3 c, entra un pò di più nel film, senza riuscire mai a dare un interpretazione che sia un minimo personale e caratterizzante al personaggio. Evidentemente il ruolo di Diego è ancora troppo impegnativo per le sue capacità; non che richiedesse De Niro o Pacino, ma il pur mediocre Scamarcio sarebbe stato già molto meglio. Chiedere Elio Germano sarebbe stato forse troppo.

Aldilà di Vaporidis il film è comunque ben recitato; ottima è l’interpretazione di Faletti che conferma di trovarsi a suo agio nel ruolo della ”carogna”, così come eccellenti sono i comprimari, dal mitico Ninetto Davoli a Dario Cassini nel ruolo del commissario corrotto.

Peccato anche la mancanza di una colonna sonora decente: stupisce che un regista così cinefilo, imbevuto di noir americani e italiani, abbia scelta una colonna sonora così scialba per un film che richiedeva musiche di tutt’altro genere.

Il film è prevedibilmente disprezzato dalla critica, naturalmente (e ideologicamente) allergica a tutti i film che non siano politicamente impegnati o non trattino di omosessuali discriminati e cose affini. In realtà il film di Martani è di medio livello, caratterizzato da luci e ombre, che, però, lasciano ben sperare da un regista esordiente

Voto due e mezzo su cinque

Il limite del film è probabilmente rappresentato da quella sensazione di già visto che suscita fin dall’inizio (notevoli sono le influenze anche solo stilistiche con alcuni film italiani dell’ultimo periodo – da Romanzo Criminale ad Arrivederci Amore Ciao). Ciò non toglie che la straordinaria interpretazione di Lo Cascio, alcune scene di forte impatto emotivo (su tutte il pianto di Saro a letto con la bravissima Donatella Finocchiaro), la lucidità con cui viene mostrata la logica spietata della mafia danno al film un innegabile fascino a cui non si può che cedere.

Voto 3 su 5

Non merita attenzione tanto la trama, che, pur essendo ben costruita, sembra una riproposizione dell’Ispettore Derrik o di qualche altro telefilm affine. A colpire, invece, è la cupa rappresentazione del difficile rapporto padri – figli- che è il tema centrale del film- nonché del male di vivere (nessuno dei protagonisti è felice,al contrario aleggia una cupa malinconia su ognuno di essi). Non è un film di genere, nonostante le apparenze. E’una pessimistica riflessione sui rapporti umani e sulla difficoltà di vivere

Voto tre su cinque

Quello di Todd Haines è il classico film che si preoccupa di comunicare solo agli appassionati di Dylan, disinteressandosi totalmente degli altri spettatori, che non possono cogliere il significato di molte frasi tratte dalle canzoni dell’artista o di alcune scene ispirate alla sua vita. Tutto ciò, unitamente alla totale assenza di empatia e alla durata a dir poco eccessiva, rende il film una noia letale, non salvato dallo stile indubbiamente originale del regista.

Voto due su cinque

A prescindere dalle opinioni politiche di ognuno, è innegabile che il documentario presenti delle clamorose cadute di tono (su tutte la casa extra lusso del medico francese,oppure la parte finale ambientata a Cuba,che a nessuno – neppure allo spettatore più sprovveduto – può sembrare completamente spontanea e priva di intromissioni autocelebratrive da parte del regime) che rischiano di vanificare quel che c’è di buono nella ricerca documentaristica di Moore

Voto due e mezzo su cinque

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