Colin Farrell e Ewan McGregor sono due fratelli di origine proletaria. Il primo fa il meccanico, ha il vizio del gioco e un’attrazione fatale per il whisky, il secondo aiuta il padre al ristorante e coltiva confuse ambizioni di riscatto sociale. Quando il ricco zio, trasferitosi in Cina per affari, va a trovarli, i due si precipitano a chiedergli un prestito per uscire dai rispettivi impasse: uno è infatti nei guai con i creditori per aver contratto un debito di gioco, mentre l’altro ha perso la testa per una sensuale, misteriosa e volubile attrice dilettante, con la quale sogna di trasferirsi a Los Angeles. Lo zio si rivela disponibile ad aiutarli, ma pone una condizione pesante come un macigno: sarebbero disponibili a uccidere un suo nemico in affari, le cui rivelazioni potrebbero costargli la galera?Dopo il meritatissimo successo di pubblico e di critica riscosso da Match Point, Woody Allen tenta di replicare con un altro giallo basato sui grandi temi (quasi alla Abel Ferrara) del senso di colpa, sulla fallibilità della giustizia umana, sul potere corruttivo del danaro.Il grande Woody centra nuovamente l’obiettivo anche se siamo lontani dalle vette raggiunte da Match Point. L’ultima fatica del grande regista newyorkese si caratterizza per una perfezione formale ammirevole: ogni dettaglio è descritto con una cura esemplare; le sfumature psicologiche dei personaggi emergono alla perfezione grazie anche all’ottima scelta degli attori. Nonostante ciò c’è qualcosa che frena l’empatia dello spettatore. Per carità è vero che forse lo stesso poteva dirsi di Match Point; ma li c’era un finale ammirevole che strappava l’applauso ed il giubilo generale. Rispetto a Match Point manca in sostanza qualcosa; rimane sempre la perfezione formale, ma forse a latitare è proprio l’ispirazione del regista.Ciò nonostante il film merita comunque di essere visto: la capacità di raccontare di Woody Allen, unita alla perfezione formale di cui si è detto, rimane sempre ammirevole
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Gennaio 28, 2008
Sceneggiatura scorrevole, mai banale, che scorre veloce come un bicchier d’acqua.
Ciò premesso, gridare al giubilo per questo film leggero come una piuma è davvero esagerato.
Rinvenire in questo filmetto, che si lascia vedere ma nulla più, qualità ulteriori rispetto a quelle su indicate è davvero impossibile.
Sceneggiatura esile quanto mai ma originale e scorrevole.
Altro da dire non c’è davvero.
Si tratta a ben vedere dell’ennesimo specchietto per allodole per pseudointelletuali che vedono il genio dove non c’è e lo ignorano laddove c’è.
Un film carino e vedibile ma nulla più.
Chi grida al capolavoro per questo filmetto o si accontenta davvero di poco o rientra nella categoria di cui sopra.
Un’altra critica: un film (o meglio filmetto) di questo genere avrebbe richiesto una protagonista femminile più all’altezza.
Bravissimo invece Miki Manhoilovic nel ruolo del pappone, che alcuni lettori di questo sito sicuramente ricorderanno per altre interpretazioni …
Gennaio 28, 2008
LA SIGNORINA EFFE, l’autunno caldo in versione soap opera
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Torino, 1980. Sullo sfondo delle lotte sindacali contro la riorganizzazione aziendale in casa FIAT – che sarebbe dovuta procedere al prezzo del sacrificio di migliaia di posti di lavoro tra gli operai – Emma e Sergio si incontrano e si amano, nel breve lasso dei 35 giorni di proteste che furono chiusi dalla marcia dei 40 mila colletti bianchi. Il grande Enzo Biagi raccontava la storia d’Italia a fumetti, Wilma Labate prova a raccontare un pezzo di storia italiana attraverso le vicende da soap opera dei due protagonisti. Se infatti il regista dimostra di saper raccontare molto bene l’evento storico, senza mai essere pedante ed evitando sapientemente cadute nella ruffianeria o nel patetismo, non altrettanto si può dire sulle capacità di raccontare la storia d’amore tra i due protagonisti. La vicenda è infatti narrata con cadenza da soap opera che spesso raggiungono il ridicolo involontario. Il sindacalista Sergio soprattutto nella fase centrale del film sembra il protagonista di un romanzo Armony, Emma al contrario è stereotipata all’ennesima potenza. Il regista d’altronde si mette davvero d’impegno per non evitare critiche siffatte: cadute di tono clamorose contrassegnano e pregiudicano irrimediabilmente la pellicola. Come si dice ad un bambino di fronte ad un tema mal riuscito, sorge spontaneo chiedersi: “il regista avrà riletto il copione prima di girare il film?”. Tremo di no, altrimenti molta zavorra sarebbe stata evitata. L’aspirante (ma per adesso solo aspirante) Ken Loach italiano ci avrebbe probabilmente evitato Emma, impiegatine borghese, che di fronte all’amore per il sindacalista Sergio subisce una vera e propria mutazione genetica cronenberghiana e si trasforma in un’alternativa rivoluzionaria d.o.c. E che dire della scena in cui i familiari di Emma pestano il povero Sergio? Forse il regista aspirava a che il pubblico durante la proiezione gridasse Santo subito?. Meglio infine tacere sulla scena che definir stereotipata è poco di Emma che piange a terra abboffandosi come un’anoressica. Insomma meglio lasciar perdere. Completamente diverso, come detto, è il giudizio sulla Labate storica. Da questo punto di vista la regista si dimostra davvero una buona narratrice – e il finale lo conferma. In conclusione un suggerimento alla regista: continui pure a girare film di taglio storico, ma lasci perdere le storie d’amore, a meno che ovviamente “un posto al sole” o “cento vetrine” non cerchino una sceneggiatrice
Dicembre 27, 2007
Leoni per agnelli, il prof. Redford è rimandato.
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dialoghi ai limiti del ridicolo, personaggi stereotipati, retorica a iosa … le molte pretese del film sono ampiamente disattese da quest’ennesima americanata.
Giusto per rendersi conto di cosa stiamo parlando, merita qualche cenno il dialogo tra Reford professore e il giovane studente, caratterizzato da un gergo pseudogiovanilistico stile Dawson Creek che più volte raggiunge il ridicolo involontario.
Tra i momenti più esilaranti del duetto Redford – studente (scusate se non ricordo il nome dell’esimio attore) si segnalano:
Redford giubilante che esclama “E’ stato il dibattito più interessante a cui ho assistito” di fronte ad un’uscita di tal guisa: “Se distribuissimo siringhe sterilizzate potremmo allora creare corsie stradali riservate agli alcoolisti”. Viene da chiedersi che cosa direbbe se assistesse a programmi televisivi come l’Arena di Giletti o Buona Domenica …
Redford che mostra 50 punti di sutura (!) per 1 mangannelata dela Polizia: evidentemente la Polizia americana utilizza scimitarre e non regolari manganelli
Ancora l’impareggiabile Redford che, di fronte al desiderio di 2 suoi allievi di arruolarsi, dapprima si mostra contrario poi dopo appena1 secondo di tempo cambia idea e comprende le ragioni della loro scelta.
Frasi avulse dal contesto e quindi senza senso del tipo: “se non ci fosse stato il Watergate allora non ci sarebbe stato Nixon”.
Anche il duetto dei due soldati feriti a morte in Afghanistan non è comunque da meno : precipitati rovinosamente dal loro caccia, feriti a morte i due marines si rivolgono l’un l’altro in questo modo: “Coglione sei vivo!”. Già che c’era Redford (regista) in quel frangente avrebbe potuto farli parlare di donne o di calcio.
Infine ciliegina sulla torta è la descirizione della morte dei due marines che raggiunge vette di retorica, da far rimpiangere Indipendence Day o Armagheddon.
In conclusione è chiaro che le innumerevoli clamorose cadute di tono di cui si è dato conto pregiudicano irrimediabilmente il film, travolgendo anche gli spunti positivi.
L’intento del film era quello di mettere alla luce le responsabilità degli organi di informazione e della culutra in genere di fronte alle scelte politiche americane. E da questo punto di vista il film potrebbe dirsi anche riuscito, se non fosse per le perle che Redford regista (e attore) regala a noi (aspiranti) critici inaciditi.
Mi spiace Prof. Redford: questa volta è rimandato a Settembre (o anche a più in là).
Dicembre 24, 2007
“LA PROMESSA DELL’ASSASSINO”, convenzionale ma magnifico
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Una ragazza russa muore dando alla luce un figlio. L’ostetrica, Anna, ne traduce il diario alla ricerca dei parenti cui dare in affido il bambino. Scoprirà inquietanti rapporti con la mafia russa, giri di prostituzione e criminalità che rapidamente la stringono in una pericolosa rete…
Per descrivere questo (magnifico) film si può usare, riadattandolo, il prologo de”Il Grande Capo” di Lars Von Trier: con questo film i fans di Croneneberg continueranno ad apprezzare sempre di più il regista, i suoi detrattori invece troveranno pane per i loro denti.
Se infatti la sceneggiatura dell’ultimo lavoro del grande regista canadese, incentrata sull’identità multiforme dell’animo umano, sul tema del mostro che si nasconde dietro un’apparente normalità, può considerarsi una prosecuzione della ricerca iniziata negli ultimi film del regista (ma che già era in nuce in alcuni capolavori di inizi anni Novanta come Inseparabili o M. Butterfly), stilisticamente è difficile negare una certa convenzionalità della pellicola (il regista gioca con la maniera di se stesso potrebbero dire detrattori del regista). L’ultima fatica di Cronenberg, infatti, può essere ritenuta una summa di tutte le ossessioni del regista: la sala operatoria (rappresentata già nelle prime scene), la sessualità estrema (la scena di Mortensen che sodomizza la ragazza), la maternità (la scena del nenonato insanguinato appena partorito è “cronenberghiana che più cronenberghiana non si può”), la violenza estrema alla base di tutti i rapporti umani, il tema delle metamorfosi e delle contaminazioni che qui assumono le vestigia di spaventosi tatuaggi cosparsi nel corpo di Mortensen, simbolo di un terribile passato di carcerato nelle carceri russe.
Non si può dar torto a chi denuncia la convenzionalità di questo film: ma tutto ciò cosa importo di fronte ad un film così bello?. L’abilità del regista canadese nello scandagliare l’animo umano è insuperabile, la recitazione di Viggo Mortensen è superiore ad ogni elogio, tanto da non far rimpiangere l’attore corneberghaino per eccellenza Jeremy Irons, e la colonna sonora del mitico Howard Shore fa il resto.
Il film pur descrivendo una realtà sociale cupa e disperata nasconde comunque un profondo senso di umanità. Come ogni film di Cronenberg, anche quest’ultimo, infatti, può essere letto come una storia d’amore. La struggente scena dell’abbraccio tra Mortensen Naomy Watts e il bambino, anch’essa quanto mai croneneberghiana ( riecheggiano gli struggenti abbracci tra Goldblum e la Davis ne “la Mosca”) dice più di molte parole
Croneneberg supera se stesso con cupo e pessimistico noir ambientato in una Londra notturna e funerea. La convenzionalità stilistica del film passa davvero in secondo piano.
Merita una citazione particolare la scena, già diventata cult, della doccia dove Mortensen nudo si batte a morte con alcuni sicari e che culmina con il corpo nudo dell’attore abbracciato mortalmente su quello del sicario morto. I fans del regista canadese comicino a strofinarsi le mani.
Dicembre 21, 2007
A tutti i milioni di lettori del blog auguro i più sentiti auguri di buon Natale e felice anno nuovo.
Presto saranno online nuove recensioni di 2 magnifici film che ho avuto la fortuna di vedere. Alexandra di Sokurov e La promessa dell’Assassino di Cronenberg, che consiglio a tutti di non perdere.
Un ringraziamento particolare ad Albi che ha ascoltato il consiglio di non smettere di scrivere le sue sempre ammirevoli recensioni.
Infine una news…a gennaio sarà attivo un altro mio blog che tratterà tutt’altri argomenti. Presto ne saprete di più
Ancora auguri!
Novembre 29, 2007
Tel-Aviv, oggi. Al suo matrimonio, mentre il marito e gli invitati sono occupati a divertirsi e si dimenticano temporaneamente di lei, Keren (Noa Knoller) si rompe una gamba e il gesso che ne consegue fa saltare la luna di miele ai Caraibi. Batya (Sarah Adler), invece, fa la cameriera al ricevimento di nozze e, la mattina successiva, incontra sulla spiaggia una strana bambina (Nikol Leidman) che sembra essere uscita dalle onde: tra le due nasce uno strano legame, che cambia la vita della ragazza in modo decisamente drastico. Anche Joy (Ma-nenita De Latorre) è, a suo modo, una cameriera: arriva in Israele dalle Filippine e tenta di non perdere i legami con la famiglia: il lavoro per una vecchia signora severa le scalda finalmente il cuore..
Film inspiegabilmente sopravvalutato dalla critica e dal pubblico. Se togliamo, infatti, alla pellicola qualche originale inquadratura, una scena onirica che riecheggia il miglior Crialese, che cosa ne rimane? Niente, se non una sceneggiatura quanto mai esile ed a tratti anche sgangherata.
Ma davvero basta un’atmosfera vagamente melanconica e qualche inquadratura ad effetto per scatenare il giubilo generale?
Suvvia: quest’ennesimo film a episodi è davvero poco o niente. Vero che nel cinema, come purtroppo nella vita, la forma spesso prevale sulla sostanza e sceneggiature esili o inesistenti possono essere salvate da azzeccate scelte registiche . Ma qui siamo davvero di fronte ad aria fritta. E non ci vuole una cultura cinefila sterminata per capirlo.
Ah dimenticavo: il film, pur con tutti i limiti, ha un grosso pregio: dura poco.
Voto 2 su 5.
Novembre 28, 2007
A tutti i (milioni di) lettori del blog
Se anche voi volete continuare a leggere le magnifiche recensioni di Alberto Gallo, inviategli una mail per dissuaderlo dal proposito di chiudere il blog.
L’indirizzo è indicato nei miei link
Mi raccomando intasiamogli il blog!
Novembre 19, 2007
AI CONFINI DEL PARADISO, niente pathos ma molto interessante
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Nonostante la contrrietà del figlio Nejat, Ali, un anziano turco che vive a Brema, decide di vivere con Yeter, una prostituta anch’essa turca che fa il mestiere per aiutare negli studi la figlia Ayten che vive a Istanbul. Ali causa accidentalmente la morte di Yeter e Nejat, che le si era affezionato, lascia il suo lavoro di docente e si reca in Turchia per cercare Ayten. La quale invece, ricercata perché appartenente a un gruppo antigovernativo accusato di terrorismo, ha raggiunto la Germania. Qui trova la solidarietà e l’amore di una studentessa, Lotte, la quale la segue nel suo ritorno da prigioniera in patria dandosi da fare per liberarla.
Storia a incastri che si inserisce nel genere di America Oggi e dei numerosi suoi epigoni (Magnolia, 21 grammi…), tuttavia quasi del tutto esente dai limiti che contraddistinguono il genere. Se, infatti, Magnolia o 21 grammi (non il superiore America Oggi) potevano essere tacciati di una melodrammaticità a volte eccessiva, frutto di situazioni spesso esasperate, il film di Akin si mantiene costantemente su un livello sobrio, senza cadute di tono o forzature di altro genere.
Rispetto alla Sposa Turca, opera prima del regista, il film è totalmente privo di pathos: l’evidente obiettivo del regista non è quello di coinvolgere lo spettatore, quanto piuttosto di farlo riflettere su alcune temi, a costo di parere a tratti anche freddo (specie nella fase centrale, il film sembra infatti quasi un documentario). All’assenza di coinvolgimento, supplisce comunque una sapiente sceneggiatura (non a caso premiata a Cannes ) mai banale e prevedibile, con molti riferimenti all’attualità (ad es. il problema dei diritti umani in Turchia) che rendono molto interessante il film.
Meno completo (e riuscito) rispetto a “La sposa Turco, Akin centra tuttavia nuovamente l’obiettivo realizzando un film ricco di spunti di interesse.
La generale medietas del film è rotta dall’ottima scena finale, che raggiunge il livello delle più alte vette cinematografiche e salva il film da un finale irrealistico.
Voto 3 su 5
Novembre 13, 2007
MA IL CIELO E’ SEMPRE PIU’ BLU (e la televisione è un pò meno grigia)
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No di solo trash è fatta la tv italiana. Ne è dimostrazione l’ottima fiction trasmessa su rai 1 domenica 12 e lunedi’ 13, liberamente ispirata alla vita del mitico Rino Gaetano, talento precoce, cantante scomodo e irriverente, morto a soli 31 anni in circostanze non ancora del tutto chiare.
La fiction ha ottenuto un successo di pubblico non indifferente: ciò sicuramente lo si deve all’interessante sceneggiatura, che, come prevedibile data la recente riscoperta e rivalutazione del cantante crotonese da parte grande pubblico, ha sollecitato l’interesse di oltre 7 milioni di persone.
Il notevole interesse riscosso è stato ampiamente ripagato dall’ottima qualità della fiction, finalmente esente dall’oleografia sentimentale che da sempre contraddistingue tali produzioni televisive (vd. ad es. “Bartali” o il “Grande Torino”).
La riuscita intuizione del regista Claudio Turco è stata quella di non voler riprodurre agiograficamente la biografia di Rino Gaetano, preferendo, invece, concentrarsi sulla descrizione della personalità tormentata del cantante, caratterizzata da forte insicurezza (“Il fatto che io non so come sono” rispondeva agli studenti contestori che gli chiedevano se fosse un cantante impegnato o meno), acuta ipersensibilità (l’incapacità di “metabolizzare”i duri giudizi del padre è infatti una delle causa dei perenni tormenti del cantante), una larvata inquietudine, non immediatamente visibile, quasi nascosta dietro la “maschera” che Rino doveva indossare, a seconda delle esigenze del pubblico che aveva di fronte.
Ne esce, infatti, un Rino Gaetano quasi impossibilitato ad essere sé stesso, perché costretto ad apparire come che la gente voleva che fosse: più serio e posato per i genitori, più politicamente impegnato per la sinistra militante, più allegro e scanzonato per il grande pubblico.
Solo Irene, il grande amore della sua vita, ben interpretata da Kasia Smutniac, sembra accettarlo per quello che è; tuttavia la sua insicurezza e i tormenti interiori di sempre lo allontaneranno anche da lei, condannandolo ad un destino di solitudine, interrotto solo dal tragico evento finale.
Alla resa di tutto ciò, contribuisce decisamente l’interpretazione di Claudio Santamaria superiore ad ogni elogio. Il giovane attore, ammirevolmente sotto le righe, interpreta alla perfezione ogni pensiero e sfaccettatura del personaggio, si scuce di dosso la propria personalità per entrare totalmente in quella del cantante, dando l’impressione addirittura di metabolizzarne l’insofferenza ed i tormenti piscologici. Sono cose che, perché accadano, necessitano di un profonda dedizione e ammirazione per il personaggio che si deve interpretare: non a caso, infatti, Santamaria rifiuta il playback, perché “Rino non amava le finzioni”.
In conclusione la fiction in questione è la dimostrazione che non è necessario rasentare la bestialità per attirare il grande pubblico: in questo senso la televisione è un po’ meno grigia e forse un po’ più blu.