Torino, 1980. Sullo sfondo delle lotte sindacali contro la riorganizzazione aziendale in casa FIAT – che sarebbe dovuta procedere al prezzo del sacrificio di migliaia di posti di lavoro tra gli operai – Emma e Sergio si incontrano e si amano, nel breve lasso dei 35 giorni di proteste che furono chiusi dalla marcia dei 40 mila colletti bianchi. Il grande Enzo Biagi raccontava la storia d’Italia a fumetti, Wilma Labate prova a raccontare un pezzo di storia italiana attraverso le vicende da soap opera dei due protagonisti. Se infatti il regista dimostra di saper raccontare molto bene l’evento storico, senza mai essere pedante ed evitando sapientemente cadute nella ruffianeria o nel patetismo, non altrettanto si può dire sulle capacità di raccontare la storia d’amore tra i due protagonisti. La vicenda è infatti narrata con cadenza da soap opera che spesso raggiungono il ridicolo involontario. Il sindacalista Sergio soprattutto nella fase centrale del film sembra il protagonista di un romanzo Armony, Emma al contrario è stereotipata all’ennesima potenza. Il regista d’altronde si mette davvero d’impegno per non evitare critiche siffatte: cadute di tono clamorose contrassegnano e pregiudicano irrimediabilmente la pellicola. Come si dice ad un bambino di fronte ad un tema mal riuscito, sorge spontaneo chiedersi: “il regista avrà riletto il copione prima di girare il film?”. Tremo di no, altrimenti molta zavorra sarebbe stata evitata. L’aspirante (ma per adesso solo aspirante) Ken Loach italiano ci avrebbe probabilmente evitato Emma, impiegatine borghese, che di fronte all’amore per il sindacalista Sergio subisce una vera e propria mutazione genetica cronenberghiana e si trasforma in un’alternativa rivoluzionaria d.o.c. E che dire della scena in cui i familiari di Emma pestano il povero Sergio? Forse il regista aspirava a che il pubblico durante la proiezione gridasse Santo subito?. Meglio infine tacere sulla scena che definir stereotipata è poco di Emma che piange a terra abboffandosi come un’anoressica. Insomma meglio lasciar perdere. Completamente diverso, come detto, è il giudizio sulla Labate storica. Da questo punto di vista la regista si dimostra davvero una buona narratrice – e il finale lo conferma. In conclusione un suggerimento alla regista: continui pure a girare film di taglio storico, ma lasci perdere le storie d’amore, a meno che ovviamente “un posto al sole” o “cento vetrine” non cerchino una sceneggiatrice