Una ragazza russa muore dando alla luce un figlio. L’ostetrica, Anna, ne traduce il diario alla ricerca dei parenti cui dare in affido il bambino. Scoprirà inquietanti rapporti con la mafia russa, giri di prostituzione e criminalità che rapidamente la stringono in una pericolosa rete…

Per descrivere questo (magnifico) film si può usare, riadattandolo,  il prologo de”Il Grande Capo” di Lars Von Trier: con questo film i fans di Croneneberg continueranno ad apprezzare sempre di più il regista, i suoi detrattori invece troveranno pane per i loro denti.

Se infatti la sceneggiatura dell’ultimo lavoro del grande regista canadese, incentrata sull’identità multiforme dell’animo umano, sul tema del mostro che si nasconde dietro un’apparente normalità, può considerarsi una prosecuzione della ricerca iniziata negli ultimi film del regista (ma che già era in nuce in alcuni capolavori di inizi anni Novanta come Inseparabili o M. Butterfly), stilisticamente è difficile negare una certa convenzionalità della pellicola  (il regista gioca con la maniera di se stesso potrebbero dire detrattori del regista). L’ultima fatica di Cronenberg, infatti, può essere ritenuta una summa di tutte le ossessioni del regista: la sala operatoria (rappresentata già nelle prime scene), la sessualità estrema (la scena di Mortensen che sodomizza la ragazza), la maternità (la scena del nenonato insanguinato appena partorito è “cronenberghiana che più cronenberghiana non si può”), la violenza estrema alla base di tutti i rapporti umani, il tema delle metamorfosi e delle contaminazioni che qui assumono le vestigia di spaventosi tatuaggi cosparsi nel corpo di Mortensen, simbolo di un terribile passato di carcerato nelle carceri russe.

Non si può dar torto a chi denuncia la convenzionalità di questo film: ma tutto ciò cosa importo di fronte ad un film così bello?. L’abilità del regista canadese nello scandagliare l’animo umano è insuperabile, la recitazione di Viggo Mortensen è superiore ad ogni elogio, tanto da non far rimpiangere l’attore corneberghaino per eccellenza Jeremy Irons, e  la colonna sonora del mitico Howard Shore fa il resto.

Il film pur descrivendo una realtà sociale cupa e disperata nasconde comunque un profondo senso di umanità. Come ogni film di Cronenberg, anche quest’ultimo, infatti, può essere letto come una storia d’amore. La struggente scena dell’abbraccio tra Mortensen Naomy Watts e il bambino, anch’essa quanto mai croneneberghiana ( riecheggiano gli struggenti abbracci tra Goldblum e la Davis ne “la Mosca”) dice più di molte parole  

Croneneberg supera se stesso con cupo e pessimistico noir ambientato in una Londra notturna e funerea. La convenzionalità stilistica del film passa davvero in secondo piano.

Merita una citazione particolare la scena, già diventata cult, della doccia dove Mortensen nudo si batte a morte con alcuni sicari e che culmina con il corpo nudo dell’attore abbracciato mortalmente su quello del sicario morto. I fans del regista canadese comicino a strofinarsi le mani.