Dicembre 2007


dialoghi ai limiti del ridicolo, personaggi stereotipati, retorica a iosa … le molte pretese del film sono ampiamente disattese da quest’ennesima americanata.

Giusto per rendersi conto di cosa stiamo parlando, merita qualche cenno il dialogo tra Reford professore e il giovane studente, caratterizzato da un gergo pseudogiovanilistico stile Dawson Creek che più volte raggiunge il ridicolo involontario.

Tra i momenti più esilaranti del duetto Redford – studente (scusate se non ricordo il nome dell’esimio attore) si segnalano:

Redford giubilante che esclama “E’ stato il dibattito più interessante a cui ho assistito” di fronte ad un’uscita di  tal guisa: “Se distribuissimo siringhe sterilizzate potremmo allora creare corsie stradali riservate agli  alcoolisti”. Viene da chiedersi che cosa direbbe se assistesse a programmi televisivi come l’Arena di Giletti o  Buona Domenica …

Redford che mostra 50 punti di sutura (!) per 1 mangannelata dela Polizia: evidentemente la Polizia americana utilizza scimitarre e non regolari manganelli

Ancora l’impareggiabile Redford che, di fronte al desiderio di 2 suoi allievi di arruolarsi, dapprima si mostra contrario poi dopo   appena1 secondo  di tempo cambia idea e comprende le ragioni della loro scelta.

Frasi  avulse dal contesto e quindi senza senso del tipo: “se non ci fosse stato il Watergate allora non ci sarebbe stato Nixon”.

Anche il duetto dei due soldati feriti  a morte in Afghanistan non è comunque da meno : precipitati rovinosamente dal loro caccia,   feriti a morte i due marines si rivolgono l’un l’altro in questo modo: “Coglione sei vivo!”. Già che c’era Redford (regista) in quel frangente  avrebbe potuto farli parlare di donne o di calcio.

Infine ciliegina sulla torta è la descirizione  della morte dei due marines che raggiunge vette di retorica, da far rimpiangere  Indipendence Day o Armagheddon.

In conclusione è chiaro che le innumerevoli clamorose cadute di tono di cui si è dato conto pregiudicano irrimediabilmente il film, travolgendo anche gli spunti positivi.

L’intento del film era quello di mettere alla luce le responsabilità degli organi di informazione e della culutra in genere di fronte alle scelte politiche americane. E da questo punto di vista il film potrebbe dirsi anche riuscito, se non fosse per le perle che Redford regista  (e attore) regala a noi (aspiranti) critici inaciditi.

Mi spiace Prof. Redford: questa volta è rimandato a Settembre (o anche a più in là).

Una ragazza russa muore dando alla luce un figlio. L’ostetrica, Anna, ne traduce il diario alla ricerca dei parenti cui dare in affido il bambino. Scoprirà inquietanti rapporti con la mafia russa, giri di prostituzione e criminalità che rapidamente la stringono in una pericolosa rete…

Per descrivere questo (magnifico) film si può usare, riadattandolo,  il prologo de”Il Grande Capo” di Lars Von Trier: con questo film i fans di Croneneberg continueranno ad apprezzare sempre di più il regista, i suoi detrattori invece troveranno pane per i loro denti.

Se infatti la sceneggiatura dell’ultimo lavoro del grande regista canadese, incentrata sull’identità multiforme dell’animo umano, sul tema del mostro che si nasconde dietro un’apparente normalità, può considerarsi una prosecuzione della ricerca iniziata negli ultimi film del regista (ma che già era in nuce in alcuni capolavori di inizi anni Novanta come Inseparabili o M. Butterfly), stilisticamente è difficile negare una certa convenzionalità della pellicola  (il regista gioca con la maniera di se stesso potrebbero dire detrattori del regista). L’ultima fatica di Cronenberg, infatti, può essere ritenuta una summa di tutte le ossessioni del regista: la sala operatoria (rappresentata già nelle prime scene), la sessualità estrema (la scena di Mortensen che sodomizza la ragazza), la maternità (la scena del nenonato insanguinato appena partorito è “cronenberghiana che più cronenberghiana non si può”), la violenza estrema alla base di tutti i rapporti umani, il tema delle metamorfosi e delle contaminazioni che qui assumono le vestigia di spaventosi tatuaggi cosparsi nel corpo di Mortensen, simbolo di un terribile passato di carcerato nelle carceri russe.

Non si può dar torto a chi denuncia la convenzionalità di questo film: ma tutto ciò cosa importo di fronte ad un film così bello?. L’abilità del regista canadese nello scandagliare l’animo umano è insuperabile, la recitazione di Viggo Mortensen è superiore ad ogni elogio, tanto da non far rimpiangere l’attore corneberghaino per eccellenza Jeremy Irons, e  la colonna sonora del mitico Howard Shore fa il resto.

Il film pur descrivendo una realtà sociale cupa e disperata nasconde comunque un profondo senso di umanità. Come ogni film di Cronenberg, anche quest’ultimo, infatti, può essere letto come una storia d’amore. La struggente scena dell’abbraccio tra Mortensen Naomy Watts e il bambino, anch’essa quanto mai croneneberghiana ( riecheggiano gli struggenti abbracci tra Goldblum e la Davis ne “la Mosca”) dice più di molte parole  

Croneneberg supera se stesso con cupo e pessimistico noir ambientato in una Londra notturna e funerea. La convenzionalità stilistica del film passa davvero in secondo piano.

Merita una citazione particolare la scena, già diventata cult, della doccia dove Mortensen nudo si batte a morte con alcuni sicari e che culmina con il corpo nudo dell’attore abbracciato mortalmente su quello del sicario morto. I fans del regista canadese comicino a strofinarsi le mani. 

A tutti i milioni di lettori del blog auguro i più sentiti auguri di buon Natale e felice anno nuovo.

Presto saranno online nuove recensioni di 2 magnifici film che ho avuto la fortuna di vedere. Alexandra di Sokurov e La promessa dell’Assassino di Cronenberg, che consiglio a tutti di non perdere.

Un ringraziamento particolare ad Albi che ha ascoltato il consiglio di non smettere di scrivere le sue sempre ammirevoli recensioni.

Infine una news…a gennaio sarà attivo un altro mio blog che tratterà tutt’altri argomenti. Presto ne saprete di più

Ancora auguri!