No di solo trash è fatta la tv italiana. Ne è dimostrazione l’ottima fiction trasmessa su rai 1 domenica 12 e lunedi’ 13, liberamente ispirata alla vita del mitico Rino Gaetano, talento precoce, cantante scomodo e irriverente, morto a soli 31 anni in circostanze non ancora del tutto chiare.
La fiction ha ottenuto un successo di pubblico non indifferente: ciò sicuramente lo si deve all’interessante sceneggiatura, che, come prevedibile data la recente riscoperta e rivalutazione del cantante crotonese da parte grande pubblico, ha sollecitato l’interesse di oltre 7 milioni di persone.
Il notevole interesse riscosso è stato ampiamente ripagato dall’ottima qualità della fiction, finalmente esente dall’oleografia sentimentale che da sempre contraddistingue tali produzioni televisive (vd. ad es. “Bartali” o il “Grande Torino”).
La riuscita intuizione del regista Claudio Turco è stata quella di non voler riprodurre agiograficamente la biografia di Rino Gaetano, preferendo, invece, concentrarsi sulla descrizione della personalità tormentata del cantante, caratterizzata da forte insicurezza (“Il fatto che io non so come sono” rispondeva agli studenti contestori che gli chiedevano se fosse un cantante impegnato o meno), acuta ipersensibilità (l’incapacità di “metabolizzare”i duri giudizi del padre è infatti una delle causa dei perenni tormenti del cantante), una larvata inquietudine, non immediatamente visibile, quasi nascosta dietro la “maschera” che Rino doveva indossare, a seconda delle esigenze del pubblico che aveva di fronte.
Ne esce, infatti, un Rino Gaetano quasi impossibilitato ad essere sé stesso, perché costretto ad apparire come che la gente voleva che fosse: più serio e posato per i genitori, più politicamente impegnato per la sinistra militante, più allegro e scanzonato per il grande pubblico.
Solo Irene, il grande amore della sua vita, ben interpretata da Kasia Smutniac, sembra accettarlo per quello che è; tuttavia la sua insicurezza e i tormenti interiori di sempre lo allontaneranno anche da lei, condannandolo ad un destino di solitudine, interrotto solo dal tragico evento finale.
Alla resa di tutto ciò, contribuisce decisamente l’interpretazione di Claudio Santamaria superiore ad ogni elogio. Il giovane attore, ammirevolmente sotto le righe, interpreta alla perfezione ogni pensiero e sfaccettatura del personaggio, si scuce di dosso la propria personalità per entrare totalmente in quella del cantante, dando l’impressione addirittura di metabolizzarne l’insofferenza ed i tormenti piscologici. Sono cose che, perché accadano, necessitano di un profonda dedizione e ammirazione per il personaggio che si deve interpretare: non a caso, infatti, Santamaria rifiuta il playback, perché “Rino non amava le finzioni”.
In conclusione la fiction in questione è la dimostrazione che non è necessario rasentare la bestialità per attirare il grande pubblico: in questo senso la televisione è un po’ meno grigia e forse un po’ più blu.