Novembre 2007


Tel-Aviv, oggi. Al suo matrimonio, mentre il marito e gli invitati sono occupati a divertirsi e si dimenticano temporaneamente di lei, Keren (Noa Knoller) si rompe una gamba e il gesso che ne consegue fa saltare la luna di miele ai Caraibi. Batya (Sarah Adler), invece, fa la cameriera al ricevimento di nozze e, la mattina successiva, incontra sulla spiaggia una strana bambina (Nikol Leidman) che sembra essere uscita dalle onde: tra le due nasce uno strano legame, che cambia la vita della ragazza in modo decisamente drastico. Anche Joy (Ma-nenita De Latorre) è, a suo modo, una cameriera: arriva in Israele dalle Filippine e tenta di non perdere i legami con la famiglia: il lavoro per una vecchia signora severa le scalda finalmente il cuore..

Film inspiegabilmente sopravvalutato dalla critica e dal pubblico. Se togliamo, infatti, alla pellicola qualche originale inquadratura, una scena onirica che riecheggia il miglior Crialese, che cosa ne rimane? Niente, se non una sceneggiatura quanto mai esile ed a tratti anche sgangherata.

Ma davvero basta un’atmosfera vagamente melanconica e qualche inquadratura ad effetto per scatenare il giubilo generale?

Suvvia: quest’ennesimo film a episodi è davvero poco o niente. Vero che nel cinema, come purtroppo nella vita, la forma spesso prevale sulla sostanza e sceneggiature esili  o inesistenti possono essere salvate da azzeccate scelte registiche . Ma qui siamo davvero di fronte ad aria fritta. E non ci vuole una cultura cinefila sterminata per capirlo.

Ah dimenticavo: il film, pur con tutti i limiti, ha un grosso pregio: dura poco.

 Voto 2 su 5.

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Nonostante la contrrietà del figlio Nejat, Ali, un anziano turco che vive a Brema, decide di vivere con Yeter, una prostituta anch’essa turca che fa il mestiere per aiutare negli studi la figlia Ayten che vive a Istanbul. Ali causa accidentalmente la morte di Yeter e Nejat, che le si era affezionato, lascia il suo lavoro di docente e si reca in Turchia per cercare Ayten. La quale invece, ricercata perché appartenente a un gruppo antigovernativo accusato di terrorismo, ha raggiunto la Germania. Qui trova la solidarietà e l’amore di una studentessa, Lotte, la quale la segue nel suo ritorno da prigioniera in patria dandosi da fare per liberarla.

Storia a incastri che si inserisce nel genere di America Oggi e dei numerosi suoi epigoni (Magnolia, 21 grammi…), tuttavia quasi del tutto esente dai limiti che contraddistinguono il genere. Se, infatti, Magnolia o 21 grammi (non il superiore America Oggi) potevano essere tacciati di una melodrammaticità a volte eccessiva, frutto di situazioni spesso esasperate, il film di Akin si mantiene costantemente su un livello sobrio, senza cadute di tono o forzature di altro genere.

Rispetto alla Sposa Turca, opera prima del regista, il film è totalmente privo di pathos: l’evidente obiettivo del regista non è quello di coinvolgere lo spettatore, quanto piuttosto di farlo riflettere su alcune temi, a costo di parere a tratti anche freddo (specie nella fase centrale, il film sembra infatti quasi un documentario). All’assenza di coinvolgimento, supplisce comunque una sapiente sceneggiatura (non a caso premiata a Cannes ) mai banale e prevedibile, con molti riferimenti all’attualità (ad es. il problema dei diritti umani in Turchia) che rendono molto interessante il film.

Meno completo (e riuscito) rispetto a “La sposa Turco, Akin centra tuttavia nuovamente l’obiettivo realizzando un film ricco di spunti di interesse.

La generale medietas del film è rotta dall’ottima scena finale, che raggiunge il livello delle più alte vette cinematografiche e salva il film da un finale irrealistico.

Voto 3 su 5

No di solo trash è fatta la tv italiana. Ne è dimostrazione l’ottima fiction trasmessa su rai 1 domenica 12 e lunedi’ 13, liberamente ispirata alla vita del mitico Rino Gaetano, talento precoce, cantante scomodo e irriverente, morto a soli 31 anni in circostanze non ancora del tutto chiare.

La fiction ha ottenuto un successo di pubblico non indifferente: ciò sicuramente lo si deve all’interessante sceneggiatura, che, come prevedibile data la recente riscoperta e rivalutazione del cantante crotonese da parte grande pubblico, ha sollecitato l’interesse di oltre 7 milioni di persone.

Il notevole interesse riscosso è stato ampiamente ripagato dall’ottima qualità della fiction, finalmente esente dall’oleografia sentimentale che da sempre contraddistingue tali produzioni televisive (vd. ad es. “Bartali” o il “Grande Torino”).

La riuscita intuizione del regista Claudio Turco è stata quella di non voler riprodurre agiograficamente la biografia di Rino Gaetano, preferendo, invece, concentrarsi sulla descrizione della personalità tormentata del cantante, caratterizzata da forte insicurezza (“Il fatto che io non so come sono” rispondeva agli studenti contestori che gli chiedevano se fosse un cantante impegnato o meno), acuta ipersensibilità (l’incapacità di “metabolizzare”i duri giudizi del padre è infatti una delle causa dei perenni tormenti del cantante), una larvata inquietudine, non immediatamente visibile, quasi nascosta dietro la “maschera” che Rino doveva indossare, a seconda delle esigenze del pubblico che aveva di fronte.

Ne esce, infatti, un Rino Gaetano quasi impossibilitato ad essere sé stesso, perché costretto ad apparire come che la gente voleva che fosse: più serio e posato per i genitori, più politicamente impegnato per la sinistra militante, più allegro e scanzonato per il grande pubblico.

Solo Irene, il grande amore della sua vita, ben interpretata da Kasia Smutniac, sembra accettarlo per quello che è; tuttavia la sua insicurezza e i tormenti interiori di sempre lo allontaneranno anche da lei, condannandolo ad un destino di solitudine, interrotto solo dal tragico evento finale.

Alla resa di tutto ciò, contribuisce decisamente l’interpretazione di Claudio Santamaria superiore ad ogni elogio. Il giovane attore, ammirevolmente sotto le righe, interpreta alla perfezione ogni pensiero e sfaccettatura del personaggio, si scuce di dosso la propria personalità per entrare totalmente in quella del cantante, dando l’impressione addirittura di metabolizzarne l’insofferenza ed i tormenti piscologici. Sono cose che, perché accadano, necessitano di un profonda dedizione e ammirazione per il personaggio che si deve interpretare: non a caso, infatti, Santamaria rifiuta il playback, perché “Rino non amava le finzioni”.

In conclusione la fiction in questione è la dimostrazione che non è necessario rasentare la bestialità per attirare il grande pubblico: in questo senso la televisione è un po’ meno grigia e forse un po’ più blu.

 

Elsa (Margherita Buy) e Michele (Antonio Albanese)sono una coppia colta e benestante con una figlia ventenne, Alice. Una famiglia normale ma che ben presto si ritrova sull’orlo della crisi: Elsa lascia il lavoro per laurearsi, Michele viene estromesso dalla società da lui stesso creata. Dopo lo shock iniziale Elsa deciderà di affrontare la situazione salvando la famiglia e l’amore che li tiene insieme

Il tema del precariato, affrontato dal punto di vista di una famiglia che di colpo si vede costretta a rinunciare al benessere a cui era abituata per cercare di sbarcare il lunario. Una tematica apparentemente alla Ken Loach, ma sviluppata in modo completamente diverso, senza la volontà di incitare lo spettatore, ma semplicemente narrando come un romanzo la fine di un tipo di vita e l’inizio di una nuova.

Soldini affonta una sceneggiatura insidiosa, dimostrando (quasi) sempre di padroneggiarla senza cadute di tono. E non è cosa facile: se si pensa, infatti, come altri registi abitualmente affrontano temi analoghi, c’è da ergere un monumento a questo film.

La pellicola è quasi del tutto esente da forzature ideologiche stile Michael Moore; anzi il film non ha nulla di ideologico ed è forse questo il motivo principale che rende apprezzabile la sceneggiatura. Doppiamente apprezzabile, se si pensa che in fin dei conti la critica cinematografica, di fronte a tematiche del genere è pronta a passare a piè pari sopra ad ogni eccesso. Basti pensare alle grida di giubilo, con cui vengono accolti i documentari di Michael Moore, la cui attendibilità scientifica in alcune parti è pari allo zero.

Tornando al film di Soldini, non resta che ribadire quanto esso sia riuscito da tutti i punti di vista: oltre a evitare eccessi e forzature, la sceneggiatura ha il merito di non scivolare mai nel patetismo. Da questo punto di vista, il film è amaro, ma mai straziante,

L’ottima recitazione della Buy (finalmente non sopra le righe) e di Albanese, che sapientemente rifuggono da interpretazioni melodrammatiche, fa il resto.

Non è un momento eccezionale in generale per il cinema: questo forse spiega la sopravvalutazione di film come “La Giusta Distanza”: rispetto a quest’ultimo, “Giorni e nuvole” è davvero su un altro pianeta.

Voto 3 e mezzo su cinque.