Quando nel paesino di Concadalbero, alle foci del Po, arriva la nuova maestra elementare, la bella e cittadina Mara, la nebbia sembra diradarsi e gli occhi degli uomini tornano a guardare. È così per Giovanni, diciottenne al primo incarico di inviato per “Il Resto del Carlino” e per Hassan, meccanico tunisino stimato e rispettato, in una parola “integrato”. Sotto lo sguardo curioso del più giovane, nasce la storia d’amore tra i due adulti, dapprima sotto il segno dell’inquietudine (Hassan spia la ragazza al buio della sera), poi della passione, infine della tragedia. Solo trasgredendo alla regola della “giusta distanza” raccomandatagli dal direttore del giornale, che lo vorrebbe né indifferente né troppo coinvolto, Giovanni riuscirà a riportare la giustizia nel paese (l’Italia) dei giudizi scontati.
Il film è nettamente diviso in due parti: i primi 80 minuti (i più riusciti o forse gli unici riusciti) sono un interessante affresco di un paese immaginario del nord est, caratterizzato da piccole invidie, tensioni latenti, esibizione di ricchezza, vuotezza esistenziale, ma anche di voglia di fare festa e di tenersi compagnia.
In questo senso l’arrivo di Mara nel paese e il successivo fatto di sangue fanno da sfondo alle reali intenzioni del regista che sono unicamente quelle di ritrarre con realismo e senza indulgenza la vita di una paesino del nord est. Chi pensa di assistere ad un noir stile “La ragazza del lago” rimarrà sicuramente deluso, perché altre sono evidentemente le ambizioni di Mazzacurati.
Da questo punto di vista l’intento del regista può dirsi riuscito: i temi sono spesso sfiorati piuttosto che approfonditi, ma è innegabile che alla fine della prima parte del film lo spettatore ha un’idea precisa della realtà sociale descritta.
A ciò contrbuiscono alcune scene all’attivo (ad es. la festa paesana al ritmo di musica da discoteca) e alcune comprimari particolarmente ben interpretati e costruiti . Su tutti i comprimari, degno di nota, anche per la riuscitissima interpretazione, è l’arricchito del paese, una sorta di pappone locale che alla fine suscita più ilarità che sdegno.
A tratti sembra di assistere al Vento fa il suo giro (di ben altro spessore), per la minuziosa descrizione delle piccole cattiverie e miserie quotidiane degli abitanti, per lo spiazzante fatto di sangue finale descritto molto bene con il provenire nel bosco di tutti gli abitanti incurisoiti e nella descrizione dell’immancabile scemotto del villaggio.
Il punto debole del film è rappresentato dagli ultimi 20 minuti, nei quali il giovane giornalista Giovanni riporta la giustizia nel paese, scoprendo l’identità del vero assassino.
Già il fatto di concentrare una complessa indagine in venti minuti di film è un evidente scivolone, perché la ricostruzione inequivocabilmente suona come affrettata e un pò semplicistica.
Ma il vero limite del finale e forse dell’intero film è che Mazzacurati si lascia prendere eccessivamente la mano, risultando forzato se non eccessivo.
L’elevazione dell’arabo Hassan a capro espiatorio, con anche il giudice che omette di valutare prove evidenti della usa innocenza, è a dir poco eccessiva (non viviamo mica nel Sud Africa dell’aparteid!).
Il film nel complesso non è brutto, un pò sopravvalutato dalla critica per evidenti ragioni politiche: soprattutto nel finale è infatti un bel concentrato di politically correct, che è in fin dei conti il vero segreto del successo di molti film.
Voto 3 su cinque.